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L'arte abruzzese,tra '800  e '900,vanta famiglie di pittori più o meno note a livello nazionale ma tutte con il pregio di una ricer-ca costante di moderniz-zazione e qualità.Tra queste naturalmente, è da annoverare la famiglia rosetana dei Celommi, che percorre la storia artistica della regione da ben quattro generazioni di pittori, ai quali resta come segno di distinzione l'appellativo di "pittori della luce", eredità del  capostipite  Pasquale.


La pittura di Pasquale Celommi (1851-1928) rientra a pieno titolo nella corrente  verista di fine Ottocento. I suoi quadri raccontano l'Abruzzo con spiccata sincerità, senza lirismo o giudizi arbitrari. Sia nei ritratti e sia nelle più luminose ed 'ampie' marine la gente abruzzese è immortalata senza far ricorso ad immagini preconcette di tradizione bucolica. 

Stilisticamente inquadrabile, sotto diversi aspetti, nel filone meridionale (preminentemente per quanto concerne le marine), Celommi mantiene sempre una pennellata molto fluida ed un disegno netto, dai contorni nitidi. Inoltre il pittore, seppure lontano dai centri nevralgici delle correnti artistico-intellettuali, stabile in un 'volontario isolamento', nel corso di tutta la sua carriera dimostra un costante 'aggiornamento', un continuo stimolo per il suo lavoro, che di volta in volta arricchisce di echi e spunti nuovi. Importante è sottolineare che le sue opere, così attente ai "particolari del particolare" (come scriveva Raffaele D'Ilario nel 1932), possono essere considerate oggi un' autentica fotografia dell'Abruzzo del suo tempo. 

Raffaello, probabilmente perché lo ha affiancato nel lavoro per più di un ventennio, segue senza apparente costrizione le orme del padre, trovando comunque un segno personale. Anche lui, infatti, racconta l' Abruzzo e studia nelle sue tele gli effetti di luce, ma il suo tratto è meno nitido e i colori sono più opachi. Più che la morbidezza delle tele meridionali Raffaello ricerca atmosfere ruggine che, azzardando, sembrano avere come punto di riferimento alcune tele di Barbizon. Volendo fare un confronto (forzato, forse) tra padre e figlio, si deve ammettere che quest’ ultimo dimostra meno attenzione per l'indagine 'psicologica' dei personaggi; nella sua produzione infatti sono anche meno numerosi i ritratti.

Per introdurre la pittura di Luigi si potrebbe usare l’ espressione di ‘occhio allargato’, quando con questo si vuole intendere che in lui il senso narrativo proprio dei Celommi è fortemente influenzato dai tempi e dall’ attualità: il suo naturale bisogno di raccontare, con sensibilità e tatto, trova ampio spazio    nell’ era della globalizzazione, di cui si fa attento osservatore. Luigi sopratutto si dimostra capace di sintetizzare i sentimenti dell’ uomo in singoli avvenimenti, in altre parole di parlare del generale tramite il particolare, così che una profuga bosniaca che abbraccia i propri bambini diventa il simbolo di tutte le madri. Ed è proprio quello della maternità inoltre un soggetto che il pittore studia con costanza, ispirato anche dalle esperienze personali. Il suo tratto è particolarmente libero e caratteristico è lo sfondo dei suoi ritratti, fatto di pennellate come incrociate di colori forti, quasi sempre tendenti al viola o  all’ arancio.

Riccardo è l’ anello di congiunzione tra la tradizione di famiglia e la necessità di espressione propria che pervade l’ arte contemporanea. Egli, infatti, nella maggior parte della sua produzione, si rifugia nei personaggi della sua fantasia, spesso astratti in atmosfere dal sapore metafisico. Ed è quasi sempre  una figura femminile al centro dei suoi quadri; una figura che, nello sguardo, sembra proporsi come la coscienza stessa del pittore.

Una ormai lunga tradizione, quindi, quella dei Celommi che si avvia col descrivere i popolani abruzzesi sul finire dell'Ottocento ed arriva, per ora, a soggetti onirici  lasciati affiorare sulla tela, all'alba del XXI secolo. Ognuno dei quattro, a suo modo, è narratore, disegnatore attento, capace di 'giocare' col colore per dosare la luminosità delle proprie opere, in modo che  lo spettatore possa sempre trovare e comprendere la dimensione dell'artista, che si tratti del reale oppure no. Padroni dell'effetto luministico, in conclusione, attraverso di esso disegnano lo spazio e definiscono i colori, fedeli alla definizione che li lega.











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